Sguardo del counseling, sguardo del coaching

Tutte le relazioni d’aiuto – counseling, psicoterapia, coaching etc – mirano allo stesso obiettivo generale: aumentare la capacità di adattamento delle persone alla vita e alle sue prove. Ognuna lo fa con metodologie, strumenti e approcci che la differenziano in varia misura dalle altre, ma anche nell’ambito della stessa relazione d’aiuto la varietà degli stili e delle modalità di lavoro è tale che il solo elemento caratterizzante rimane grossomodo il nome.

Ce ne sono alcuni più efficaci di altri? No. Nel campo della psicoterapia, per esempio, l’efficacia di una relazione d’aiuto, come dimostrano le ricerche del canadese Adam Horvath, dipende dalla tradizione o scuola di appartenenza del professionista (psicanalista o comportamentista, umanista o lacaniano e così via) in misura minima: soltanto il 7%. Ciò che fa la differenza è la qualità della relazione – o dell’alleanza, per dirlo con Horvath – che il facilitatore riesce a stabilire con i suoi clienti: in altre parole, sono le competenze personali del facilitatore stesso.

Le discordanze, comunque, esistono e devono essere chiare non soltanto agli addetti ai lavori, ma anche ai loro clienti, che in base a queste possono identificare con meno soldi e tempo la relazione d’aiuto più efficace per loro. In Italia, ad esempio, è molto importante sapere ciò che distingue il counseling dalla psicoterapia. Penso sia utile anche conoscere le differenze tra il counseling e il coaching, perché vengono spesso confusi, anche se ritengo vi siano più differenze fra queste due professioni che tra il counseling e la psicoterapia.

Il counseling, almeno nell’approccio centrato sulla persona con cui io l’ho appreso e lo pratico, si focalizza sulla dimensione psicologica di una persona. Mira a “creare un’atmosfera in cui il cliente può riconoscere di avere sentimenti negativi e accettarli come propri, senza proiettarli su altri o nasconderli dietro meccanismi difensivi” (Carl Rogers, “Counseling and therapy”, 1942). Quando questo risultato viene raggiunto, generalmente si manifestano cambiamenti comportamentali spontanei, ma questi costituiscono quasi un sottoprodotto del lavoro di counseling, l’obiettivo primario del quale è una modificazione della consapevolezza.

Lo sguardo del coaching, invece, pur senza affatto ignorare, per quanto possibile, le loro implicazioni interiori, è orientato all’azione e si rivolge ai comportamenti. La sua funzione è favorire un cambiamento comportamentale. Il fatto che i comportamenti e le loro dimensioni psicologiche siano, evidentemente, strettamente interdipendenti, può portare a relativizzare l’importanza di questo spostamento di sguardo dalle seconde ai primi, perché non c’è un cambiamento comportamentale stabile senza una precedente modificazione della consapevolezza di una persona.

Invece il cambio di prospettiva è essenziale ai fini dell’efficacia del lavoro di coaching, ovvero della misurabilità dei suoi risultati, che probabilmente spiega la maggior diffusione del coaching, piuttosto che del counseling, nelle aziende. Focalizzarsi sui comportamenti significa non potersi “accontentare”, come nel counseling, di un risultato ancorché ambizioso come una maggiore consapevolezza delle persone, ma andare oltre per accompagnarle nella ricerca, nella selezione e nella sperimentazione delle strategie comportamentali più efficaci per tradurre la nuova consapevolezza in una migliore presa sulla realtà.

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