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La persona autoriflettente

L’immagine dello psicoterapeuta (e del counselor, si potrebbe dire oggi) come specchio è piuttosto popolare, anche fra i non addetti ai lavori. Potrebbe essere nata con la psicanalisi prima maniera, quando la relazione dei pazienti con gli psicoterapeuti di stretta osservanza freudiana era empatica come quella con uno specchio. Uno specchio appeso alle spalle.

Oggi la metafora dello specchio si è molto evoluta, grazie a psicologi come Carl Rogers, ma è ancora valida, perché fondata su un’affascinante prerogativa dell’uomo, che è quella di riconoscere la sua verità – anche se negata o distorta fino a quel momento – se qualcuno gliela mostra. Se gliela rimanda esatta come uno specchio, appunto.

Noi soffriamo quando “funzioniamo” male, quando il concetto che abbiamo di noi stessi tradisce, rinnega e delegittima le nostre percezioni: una persona cara ci umilia ma noi neghiamo di sentirci offesi o di attribuire a lei la responsabilità, distorcendo la realtà; l’interesse per il/la partner è diminuito o cessato ma non vogliamo ammetterlo per timore delle possibili conseguenze o perché la nostra era una coppia “perfetta”; temiamo di fare qualcosa ma non possiamo mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi di una persona che non ha paura di niente.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma il meccanismo è sempre uguale: sentiamo una cosa, ma per varie ragioni non vogliamo essere consapevoli di questa emozione, questo bisogno, questo stato d’animo. Possiamo farlo e lo facciamo, continuamente.

Nonostante questo potente dispositivo difensivo, se qualcuno, in un contesto adeguato (empatico, riservato, non giudicante) è in grado di riflettere, con la nitidezza di uno specchio (dando il nome esatto alle cose dell’anima), le nostre percezioni negate o distorte, accade il “miracolo”: noi riconosciamo la nostra verità. Prendiamo coscienza dell’umiliazione di quel gesto, della paura per quella prova, del senso di perdita per la persona che ci ha lasciato, del risentimento per qualcuno che amiamo.

Possiamo ancora negarli di fronte agli altri, ma a noi stessi non più.

È questo che ci fa stare meglio. Avvicinare quello che pensiamo di noi stessi a quello che sentiamo. È adattarci a noi stessi, è accettarci per come siamo. Se poi riusciamo a interiorizzare quello specchio e diventare, per così dire, persone autoriflettenti, non soltanto avremo un concetto di noi stessi più fluido, adattabile alla nostra crescita come esseri umani, ma risparmieremo anche un sacco di soldi.

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