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Il lavoro come fine, non come mezzo

Meraviglie della serendipità. Mentre leggo “L’arcipelago delle emozioni“, saggio di Eugenio Borgna impegnativo ma indispensabile per chi si interessi di cose dell’anima, m’imbatto in una citazione che sarebbe stata preziosa in un post di qualche tempo fa su un tema che mi sta molto a cuore, “La sofferenza del lavoro“.

Ne “La gaia scienza” Friedrich Nietsche scrive: «Cercarsi un lavoro per un salario: in questo quasi tutti gli uomini dei paesi civili sono uguali; per essi tutti il lavoro è un mezzo, e non un fine a se stesso; per la qual cosa non vanno tanto per il sottile nello scegliersi un lavoro, posto che frutti un buon guadagno. Esistono però uomini rari che preferiscono morire piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare: sono quegli uomini dai gusti difficili, di non facile contentatura, ai quali un buon guadagno non serve a nulla se il lavoro non è di per se stesso il guadagno di tutti i guadagni».

Penso che dovrebbero mandare a memoria questa riflessione due categorie di persone: quelle scontente del loro impiego (la maggior parte di chi ne ha uno?) e quelle che si occupano professionalmente – come i counselor – della promozione della salute e del benessere nei luoghi di lavoro. I primi per tenere sempre a portata di mano un autorevole riconoscimento del loro disagio, i secondi per aiutarli a trovarne la via d’uscita.

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