Il fine del lavoro siamo noi

L’orgia di retorica a cui anniversari come l’1 maggio (o il 25 aprile) rischiano di esporre, attraverso lo schermo di un televisore o di uno smartphone, mi respinge da qualsiasi celebrazione. Perciò, se posso, lo trascorro in piacevoli occupazioni lavorative (ho scoperto di essere in numerosa compagnia).

Il guaio della retorica dei nostri tempi, a parte la stucchevolezza che è il suo male minore, è nell’azione mistificante sui significati delle cose, nell’ideologizzare la riflessione. E poche cose, oggi, nelle culture asservite alla produzione e al consumo come la nostra, sono oggetto di mistificazione e ideologizzazione come il lavoro.

La ragione principale di questo è che la riflessione sul lavoro rispecchia la cultura economicistica egemone. Una cultura per cui l’uomo è strumentale alla creazione di ricchezza materiale (quasi sempre alla ricchezza di altri, ma questa è solo una parte e non la più interessante della storia, a mio avviso), non fine in sé.

Che per il sistema economico odierno gli esseri umani siano in primis mezzi di produzione mi sembra ben rappresentato, ad esempio, da indagini come la Gallup sull’engagement dei lavoratori. Secondo questa nota rilevazione, che la società americana compie dal 2000, soltanto il 13 per cento dei lavoratori in contesti organizzativi sono “engaged” (impegnati, interessati, motivati). Poco più di uno ogni dieci.

Per la Gallup “Il mondo vive una crisi di engagement dei lavoratori, con ripercussioni serie e potenzialmente durature per l’economia globale”. E non stupisce che l’azienda statunitense metta a fuoco i preoccupanti effetti di questo “disimpegno” sull’economia, sorvolando candidamente sulle sue implicazioni per la vita di uomini e donne.

I posti di lavoro nelle organizzazioni, d’altra parte, li passa il convento. Ovvero il sedicente “mercato libero”: bisogna accontentarsi. Se c’è un ruolo adatto a te, tanto meglio, altrimenti toccherà farselo andare bene lo stesso, come una giacca troppo stretta o una camicia sgargiante. Il patto, non scritto e non firmato, è un po’ questo: il sistema economico offre – non a tutti, ma alla maggior parte di noi (agli esclusi penserà qualcun altro, i disoccupati sono come perdite accettabili in guerra, il male minore) – l’opportunità di soddisfare i bisogni materiali, ma a condizione di sceglierne il modo.

Sono le organizzazioni a stabilire i ruoli necessari a perseguire i loro fini, le persone occupano sedie predisposte da altri. Potresti dover accettare di passare l’intera giornata in un negozio che vende cover per smartphone o a riparare slot machine, ma almeno potrai permetterti una casa, dei vestiti, di fare la spesa, un’auto e forse qualche giorno di ferie. L’engagement però no, quello il nostro sistema non può offrirlo nemmeno alla maggioranza.

Accenniamo qui soltanto en passant al costo di questa impostazione in termini di risorse vitali (ossigeno, acqua), ormai sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Oltre a questo, a minare la sostenibilità del sistema c’è il fatto che gli uomini non amano impegnarsi per fini estranei a se stessi. Se l’uomo è il fine di ogni cosa (è l’imperativo categorico di Kant ma anche, pare, un’ambizione molto diffusa nella nostra specie), lo è anche del lavoro.

Noi siamo il fine del nostro lavoro. Il mio lavoro realizza – nel senso del costruire, del rappresentare – me. Esprime me. Noi abbiamo bisogno di scoprire chi siamo per comunicarlo a noi stessi e poi agli altri: lo facciamo attraverso il “lavoro”. In questo senso va inteso il lavoro come diritto e per questo il lavoro, quando soddisfa quel bisogno, è un appagamento che ricerchiamo ogni giorno e non una cruenta mortificazione.

Nelle rarissime occasioni in cui abbia espresso questo pensiero ad altri in una conversazione, ho di solito ricevuto in cambio sguardi affettuosi e parole attentamente misurate. Il loro significato era chiarissimo e all’inizio mi faceva sentire, nel migliore dei casi, un utopista sentimentale.

Li comprendo, quegli sguardi e quella moderazione compassionevole. Se il lavoro a cui ogni uomo ha diritto dev’essere ricerca, costruzione ed espressione di sé, il cambiamento necessario non è meno di una rivoluzione. Rivoluzione culturale, di valori, anzitutto. Occorre capovolgere il mondo. Ma ostacolare o ritardare questa rivoluzione potrebbe costare molto più del farla. Qualcuno l’ha mai calcolato?

Perché che accada, prima o poi, è inevitabile. Come il passaggio dall’infanzia all’età adulta (possiamo ostacolare o ritardare anche questo, ma a caro prezzo). I prodromi di questa rivoluzione spuntano ovunque, come la riduzione dell’orario di lavoro in vari Paesi nordeuropei (e nel pensiero di industriali italiani come Brunello Cucinelli); lo smart working; le learning organization orizzontali, costituite da team che si formano e sciolgono in funzione degli obiettivi; la leadership condivisa, cioè intesa come un servizio offerto a turno da ciascuno – che si senta in grado di farlo – come dono al gruppo o al team di appartenenza (sembra pensarlo anche Laszlo Bock di Google), in uno spirito di cooperazione e non di competizione.

Quella rivoluzione è già cominciata, quindi. Ma se vogliamo che il lavoro del futuro non sia una lotta per sopravvivere come in un film di fantascienza distopico alla “Matrix”, dobbiamo sbrigarci. La priorità è isolare e rendere innocui i predatori: uomini, donne e organizzazioni la cui voracità di risorse (energia, tempo, potere, denaro) mette ognuno a rischio. Oggi, per la maggior parte di noi, sono in gioco benessere e salute. Domani tutto.

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