Credo

I confini fra counseling, coaching, psicoterapia e altre relazioni d’aiuto o pratiche (come la meditazione) sono più sfumati di quanto la differenza delle etichette possa far credere. C’è almeno un tipo di disagio, quello che emerge in situazioni problematiche del presente, per il quale possiamo ricevere un aiuto efficace in tutte queste diverse forme. In questi casi non è la diversa formazione del facilitatore a fare la differenza: è il facilitatore stesso. È la sua empatia. È la sua capacità di accogliere senza giudicare. È la sua autenticità. È la sua umiltà. È la sua esperienza di vita e di aiuto degli altri. Sono il suo interesse e il suo amore per le persone. È l’alleanza che stabilisce con l’altro*.

Ed è la sua idea di persona. Io mi sono convinto che una persona ha sempre le risorse per diventare quello che è. Carl Rogers lo ha detto così: “Quel che sono è sufficiente, se soltanto riesco a esserlo”. Innumerevoli altri hanno sostenuto la stessa cosa, in forme diverse. Se il cammino verso una piena realizzazione di noi stessi appare così faticoso e a volte sbarrato, non è perché le nostre risorse sono insufficienti. È perché le utilizziamo in minima parte. Soprattutto a causa di un diffuso atteggiamento improntato alla sfiducia e al giudizio, che spesso interiorizziamo fino al punto da soffocare la nostra capacità naturale di apprendere e scoprire ciò che è buono per noi.

Mi sono convinto che riconosciamo sempre la verità, quando qualcuno ce la mostra. Perché la verità è già in noi. Molte volte è sufficiente che qualcuno ci ponga la domanda giusta, per scoprirla. Per questo i suggerimenti e i consigli sono inefficaci e superflui quando si tratta di aiutare una persona: fondamentale invece è individuare le domande chiave per lei. Queste lasciano il segno anche quando la risposta non è subito pronta, sono come un seme caduto in un terreno fertile: presto daranno frutto.

Noi siamo un corpo e anche le funzioni cosiddette superiori del cervello, la mente, nascono qui. Credo sia fondamentale esserne consapevoli in ogni istante perché il corpo è la sede delle nostre risorse e per attingervi pienamente dobbiamo rieducarci a tornare continuamente a esso, depositario di un sapere e un’esperienza inaccessibili alla mente. Per farlo dobbiamo confidare nel nostro essere biologico – cioè in noi stessi – come daremmo “fiducia a una persona che deve fare un lavoro” per noi, suggerisce Tim Gallwey, autore di un testo del 1974 diventato la pietra miliare del coaching (“Il gioco interiore nel tennis”). Date fiducia al vostro corpo “e in breve le sue performance supereranno le vostre aspettative”, assicura Gallwey.

Dare e avere fiducia è il presupposto di qualsiasi apprendimento, di qualsiasi cambiamento, del benessere e della salute individuale e sociale. Rieducare lo sguardo per tornare a vedere le cose per quello che sono, senza giudicarle, come facciamo da bambini è il passaggio obbligato attraverso il quale possiamo esprimere tutto il potenziale delle nostre risorse.

 

*”La modalità con la quale si interagisce con le persone sembra essere importante almeno quanto lo specifico approccio o la scuola di pensiero nel cui ambito opera il professionista” (W.R. Miller e S. Rollnick, “Il colloquio motivazionale”, Erickson 2004).