Counseling e psicoterapia: scopri le differenze

Lo sforzo di dare una definizione al counseling che lo differenzi in modo inequivocabile dalla psicoterapia, mirato a salvaguardare tanto i clienti quanto la riserva di caccia degli psicologi (con o senza formazione specialistica), è intenso e costante. I suoi esiti mi sembrano sempre più deludenti e scialbi. A volte quasi comici.

Per paura di pestare i piedi a qualcuno (l’incauto impiego dell’espressione “disagio psichico” è recentemente costato una sentenza del TAR del Lazio all’associazione Assocounseling), la specificità del counseling risulta sempre più diluita nelle formulazioni via via proposte, con il risultato di allontanarlo sì dalla psicoterapia, ma anche di renderlo indistinguibile da qualsiasi altra pratica nel gran calderone della promozione del benessere, come l’aromaterapia o i massaggi con le pietre laviche.

La legislazione italiana sulle professioni – figlia di una tradizione corporativa nata ottocento anni fa – obbliga un counselor professionista a formarsi un’opinione sufficientemente chiara e operativa su come vada tirata la linea fra il suo orticello e quello di uno psicologo psicoterapeuta. Questa è la mia.

Il primo elemento che differenzia la psicoterapia dal counseling, nel nostro Paese, deriva dal fatto che la formazione dei counselor esclude il trattamento della psicopatologia e prende in esame esclusivamente quello delle persone con una buona salute psichica generale. La psicoterapia, come si desume dal nome, ha come oggetto la cura, il che implica la presenza di una patologia, di una certa forma e di un certo grado: il counseling no.

Sembra un confine preciso ma in realtà non lo è se, come già avvertiva Freud, non esiste una differenza qualitativa tra normalità e patologia, dal momento che sia la psiche della persona normale sia quella della persona “nevrotica” funzionano in base agli stessi principi. La differenza, quindi, è quantitativa, il che significa che normalità e patologia sono i poli concettuali di un continuum, in cui il punto dove finisce l’una e comincia l’altra è convenzionale. Di opinione analoga doveva essere anche il padre del counseling, Carl Rogers, che in “Counseling and psychoterapy” (il testo del 1942 che getta le fondamenta del suo approccio) utilizza i due termini – counseling e psicoterapia – come sinonimi per designare la medesima metodologia.

Oltre al criterio qualitativo/quantitativo, un altro elemento utilizzato per distinguere i territori del counseling e della psicoterapia è quello temporale: il counselor può facilitare soltanto persone che vivono situazioni problematiche del presente. Anche questa indicazione, tuttavia, ha un’utilità relativa. Ciò che spinge una persona a superare le tenaci resistenze a chiedere aiuto a un counselor, infatti, per quanto emerga nel qui e ora, affonda spesso – sempre? – le sue radici in profondità nella sua personalità e nella sua storia. E questo rende ancora una volta piuttosto arduo stabilire se e fino a dove il counseling possa spingersi nell’esplorazione di tali profondità.

Definire un confine preciso fra counseling e psicoterapia, dunque, è impresa difficile e, forse, semplicemente impossibile. Nella pratica del counseling, tuttavia, l’esperienza propria e dei veterani, unita alle indicazioni accennate sopra, consente di vederci più chiaro. Per quanto ho potuto verificare, il counseling può arrivare molto in profondità, ma le competenze del facilitatore consentono di farlo efficacemente soltanto all’interno di aree dell’esperienza del cliente il cui perimetro sia stato chiaramente circoscritto all’esordio del percorso. Si potrebbe dire che ciò che differenzia il counseling dalla psicoterapia sia quindi un principio spaziale, piuttosto che temporale.

Se la vita del cliente è un teatro, il counseling è come un faro “occhio di bue” che ne illumina un punto, dove la psicoterapia è un palcoscenico che s’illumina a giorno. Se è una barca, il counseling può aiutare a chiudere una piccola falla che non compromette il galleggiamento dello scafo, dove la psicoterapia è il cantiere navale in cui un’imbarcazione a rischio di affondamento viene tirata in secco per estesi lavori di riparazione. Potete scegliere la metafora che preferite, solo prestate attenzione a non uscirne.

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