Per vivere la propria vita serve tutta la vita

Due settimane fa l’Huffington Post ha rilanciato una storia che ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità alcuni anni fa: io l’ho scoperta nel 2012 grazie a Gabriele Romagnoli, allora direttore di GQ. È la vicenda dell’infermiera australiana Bronnie Ware (in alto), il cui lavoro per anni è consistito nel somministrare cure palliative a malati terminali nelle ultime settimane di vita.

Bronnie rendeva sopportabili gli ultimi giorni dei suoi assistiti e, in cambio, accoglieva il racconto delle loro storie, delle loro vite. Sentivano il bisogno di confidarle, soprattutto, ciò che era mancato, quello che avrebbero voluto e dovuto fare e non avevano fatto, le disattenzioni, le scelte incompiute e i sentimenti inespressi che in quegli ultimi giorni bruciavano più di qualsiasi ferita della carne.

Bronnie ascoltava. E tornata a casa annotava sul suo blog (ormai è un sito di e-commerce) il resoconto della sua giornata sulla linea di frontiera, senza poter prevedere l’impatto delle testimonianze dei suoi pazienti. Che, come avrete intuito, fu planetario. La loro risonanza fu tale che dal blog nacque un libro, intitolato “The top five regrets of the dying” (Vorrei averlo fatto, My Life, 2012).

La storia di Bronnie mi è tornata in mente non per il richiamo sull’Huffington (debole, un resoconto più completo lo avevamo fatto a suo tempo su GQ), ma perché, a pranzo con un’amica la settimana scorsa, la conversazione era approdata alla difficoltà di capire e scegliere quale vita vivere (lo dico sapendo che da ora in poi pranzerò da solo): un tema di grande attualità prima dei vent’anni, verso i cinquanta e completamente ignorato nel trentennio intercorrente. Mi è tornato in mente in quell’occasione il primo dei rimpianti di chi muore, il più importante, quello che implica anche gli altri: “Vorrei avere avuto il coraggio di vivere la mia vita, non quella che gli altri si aspettavano da me”.

Un’ammissione semplice, ma anche una porta che, se aperta, può far cadere fasci di luce sul mistero dell’uomo e della vita. Non un tema: il tema. Il framework di ogni tema. Non è difficile intuire il legame strutturale, quasi logico, che unisce la vita che vogliamo vivere alla nostra identità: meglio sappiamo chi siamo, più facile è capire che cosa vogliamo. Questo sposta l’attenzione sulla questione vera: noi chi siamo? Non in generale: chi sono io, Alberto? Chi sei tu, Chiara, Alessandro, Paola, Michele? Che cosa fa di noi persone uniche?

È la domanda più difficile, per rispondere alla quale ci vuole almeno tutta la vita. Difficile soprattutto a causa di un mito: che la nostra identità sia da qualche parte, fatta e finita, nascosta in una piega della nostra anima, e a noi spetti il compito di scoprirla. Dopodiché sarà tutto in discesa e la vita che vogliamo ci apparirà davanti come un’autostrada illuminata. La vita come una caccia al tesoro.

Ad alimentare il mito sono le esistenze delle personalità vere e presunte, che noi amiamo prendere a modello e di cui leggiamo nelle biografie o nelle interviste sui giornali: “Desideravo fare il musicista (il pittore, lo scienziato, il dottore, il calciatore, il cantante…) fin da quando ero piccolo”. E noi, sprofondati fino alle ginocchia nella palude delle nostre vite confuse, ci sentiamo sia frustrati per non avere ancora scoperto la nostra verità, sia speranzosi di poterla trovare, magari proprio domani, se continuiamo a cercarla. Ma quella ricerca rischia di sostituirsi alla vita e noi di trovarci come i pazienti di Bronnie, con la bruciante consapevolezza di non avere fatto abbastanza per inseguire noi stessi fino alla fine, quando la fine ormai ci osserva dai piedi del letto.

Non funziona così. A me sembra invece che la ricerca di noi stessi (e della “nostra” vita, che è la stessa cosa) assomigli al lavoro dello scultore, che con lo scalpello nello stesso tempo dà e cerca una forma, in un gioco circolare di rimandi, confronti, aggiustamenti e rifacimenti fra idea e materia, intangibile e visibile. Una dinamica in cui possiamo osservare il risultato del nostro lavoro soltanto dopo averlo tradotto in fare e valutare, a questo punto, il suo grado di risonanza con la nostra voce interiore. Una voce così flebile da non avere parole ma in grado di indicare le parole giuste, se noi gliele mostriamo.

Persino il Creatore della Genesi dà un giudizio sulla propria opera soltanto dopo averla compiuta: “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”. Anche noi abbiamo bisogno di fare, di vivere, prima di sapere se la nostra opera è buona per noi. La differenza è che la Sua opera era venuta bene al primo colpo, noi dobbiamo rimetterci mano tutti i giorni fino a quando, alla Bronnie che ci terrà per mano mentre ascolta le nostre ultime parole, potremo confidare che ci siamo riusciti.

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2 thoughts on “Per vivere la propria vita serve tutta la vita

  • ciao Alberto,
    proprio in questi giorni stavo facendo una riflessione in parte antitetica, forse complementare rispetto a questa tua.
    Sto attraversando un periodo di stasi, obbligata, ma fertile. Mi ritengo fortunata per questa possibilità che la vita mi sta offrendo di fermarmi, di prendere una pausa da quel fare che mi ha trascinato giorno per giorno in questi anni. Mi sembra che troppo spesso non ci domandiamo affatto chi siamo, chi vogliamo essere, e viviamo un’abdicazione continua della nostra libertà al fare. Prima che la vita scorra via, vorrei non trovare chi sono, ma decidere chi voglio essere. Forse di più, vorrei sapere chi sono chiamata ad essere e provare a diventarlo. Ascolto, consapevolezza, volontà e infine azione.
    In questo momento non amo l’enfasi sul fare, per quanto il fare sia un elemento imprescindibile. Nella dinamica della mia vita, in questo momento preferisco dare enfasi al pianissimo e alle pause, piuttosto che al forte-fortissimo del fare. Forse anche per cogliere quella flebile voce…

  • Oggi mi sono imbattuto nell’affermazione di un uomo autorevole nel campo, diciamo così, delle scienze umane. Voglio annotarla qui perché mi sembra andare nella stessa direzione della mia riflessione di oltre due mesi fa. Il pensiero è di Jacob Levi Moreno (1889-1974), psichiatra naturalizzato americano, allievo di Freud, creatore dello psicodramma e padre della microsociologia. “Identità e comportamento – ha sostenuto – sono, tra loro, in una relazione ricorsiva: il comportamento causa l’identità che, a sua volta, causa il comportamento”.

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