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L’alibi della paura

after-earth1After Earth è l’ultimo film di M. Night Shyamalan, uscito l’anno scorso. Il precedente, L’ultimo dominatore dell’aria (2010), ero andato a vederlo al cinema perché ancora non sapevo che la serie di buoni film – a volte grandi film (Unbreakable, Il sesto senso, The village) – del regista di origini indiane era già finita. L’ho appreso con un’esperienza traumatica consumata in una sala semideserta, insieme a un amico che facevamo fatica a guardarci dall’imbarazzo, per l’insensata sequenza d’immagini a cui assistevamo increduli.

Perciò After Earth l’ho visto in tivù. È un film mediocre nella media, inutile nella media, ideale per una serata in cui si ha l’urgenza di spegnere il cervello per un paio d’ore, prima di addormentarsi sulle pagine di un (buon) libro. Ma c’è una frase, un’unica frase che illumina per un istante, come un lampo, la trita storia di formazione raccontata dal film.

“La paura è una scelta”.

La pronuncia il protagonista, un soldato – ovviamente leggendario – in comunicazione via radio con il figlio in pericolo e in questo contesto, probabilmente, è una di quelle spacconate create ad arte per seminare orgasmi nelle sale americane (che Shyamalan debba far cassetta per recuperare il patrimonio sperperato dall’ultimo – per fortuna – dominatore dell’aria?).

Considerata fuori contesto, però, la frase ha una raffinata consistenza. Svela, con un’espressione apparentemente paradossale e provocatoria (che invece va presa alla lettera), la possibilità dell’uso strumentale di un’emozione. La paura è un’emozione primaria che ha una funzione biologica cruciale: segnalare un possibile pericolo per consentirci di affrontarlo/evitarlo (fight or fly) nel modo più efficace ai fini della nostra sopravvivenza.

A volte, però, forse più spesso di quanto potremmo ammettere, evochiamo la paura per evitare qualcosa (non un pericolo, ma una cosa che per altre ragioni non vogliamo affrontare), la utilizziamo come alibi, capovolgendo il rapporto causa-effetto esistente fra la paura e i nostri comportamenti: nella funzione di emozione “primaria”, la causa della paura è il pericolo; come pretesto, invece, la paura diventa la causa stessa dell’evitamento.

Questo succede, mi sembra, con le esperienze che una volta potevano rappresentare un “pericolo” e oggi non più: soprattutto i cambiamenti. Continuiamo ad averne paura, anche se ormai sono pienamente alla nostra portata, una paura che ci consente di rinunciarvi, di procrastinarli. Perché dire a noi stessi che abbiamo paura di una cosa è un sistema efficace per evitarla, ci giustifica. Anche se di fronte non abbiamo un pericolo, ma una fatica, fatica di metterci in discussione, di ristrutturare la nostra anima in un modo più funzionale.

Così la paura è un guscio vuoto che non ha più niente da proteggere, ma funziona come deterrente al cambiamento: diventa una scelta. Un dispositivo efficace che in termini di crescita, però, può costarci caro.

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